
Palermo:capitale della Sicilia e del Mediterraneo. Così viene descritta da un annuncio su un giornale che invita a trascorrere una vacanza in questa bella città dai mille colori. Ma tra sole e mare i colori che a noi interessano non sono il giallo e l’azzurro come potrebbe venire spontaneo pensare, ma il grigio e il nero. I colori che contrastano maggiormente con la luce del sole, i colori che rievocano qualcosa di ignobile e vergognoso che si agita nelle viscere della città,qualcosa che rimane nella profondità ma agisce in superficie come “un iceberg la cui parte emersa è infinitamente ridotta rispetto alla parte che rimane sotto la superficie del mare”. Questo iceberg si chiama mafia. Chiedere alla gente di Palermo cosa sia questo fenomeno equivale a innescare la miccia di una bomba, bomba che rimane inesplosa, ma brucia solo al suo interno. La gente risponde che la mafia non esiste, che esistono solo “uomini d’onore” che danno il lavoro e il pane alla povera gente. Sapete come si chiama questo sistema di cose? Non è altro che “una struttura di peccato”, parlando in chiave religiosa, un sistema in cui si vive nel peccato, nell’errore, nell’illegalità, ma soprattutto, molto più grave, nella consapevolezza di viverci e di non poter fare nulla per cambiare lo “status” delle cose. Ma per chi crede e per chi “ci crede” questo “status” può e deve cambiare. E noi ci crediamo!Siamo un nutrito gruppo di giovani e giovanissimi di Azione Cattolica della Diocesi di Cosenza-Bisignano e come tanti piccoli fiammiferi accesi ci siamo recati nella terra di Sicilia per raccogliere testimonianze e per portare un barlume di luce e di speranza, spinti dalla nostra fede e dal nostro coraggio di affrontare un’avventura per niente facile. La nostra prima uscita sul campo è stata la visita al quartiere ZEN di Palermo, che come ci enuncia una suora “Sebbene lo ZEN dall’alto sembri un ammasso di cemento, un vero pugno nell’occhio rispetto al resto della città, al suo interno non è affatto un carcere, al contrario vi è un pullulare di vita, di gente, di famiglie accomunate da un male comune che è quello della povertà”. Ma cosa può spingere delle suore o dei volontari a vivere lì e a cercare di apportare un cambiamento dall’interno? Basta un sorriso. Il sorriso dei bambini recuperati dalla strada,come quelli di Don Puglisi, la gioia e l’affetto che dimostrano i bambini ai quali viene donato un pallone e un modestissimo campo per giocare,un pallone che costituisce e rappresenta la metafora di una nuova vita, un riscatto da tanto male e tanta violenza. Il motto delle suore e dei volontari dell’Associazione Lievito dello ZEN è quello indicato da Mons. Brigantini, costituito da sole tre parole: “Marginalità, tipicità, reciprocità”. Marginalità perché i ragazzi dello ZEN sono “i diversi”, emarginati ed etichettati come appartenenti ad un rango inferiore, ai limiti dell’umanità. Allora verrebbe da sorridere ricordando le parole cristiane “Beati i poveri”, non potrebbe dirsi paradosso più grande di questo, ma per le suore “nell’emarginazione e nella povertà è nascosto un tesoro che chi sta in alto non può vedere”. Ciò è vero perché solo quando si tocca il fondo si guarda in alto e si trova la forza per rialzarsi. “Vivere così è trovare speranza”, ricordando le ultime frasi delle beatitudini aggiungerei: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. La reciprocità è un altro tratto fondamentale, l’altruismo, lo spirito di condivisione di quel poco che si ha, l’aiuto incondizionato e l’amore vero per l’altro, in questo ambiente ci fa notare una suora che “Il mistero di Dio scorre a fiumi, bisogna solo avere occhi per vederlo”. Eppure il confine tra rassegnazione è serenità è molto sottile, la rassegnazione è insita nell’animo di ognuna di quelle persone, ma essa si trasforma in serenità e in speranza. È forte tra i ragazzi il senso di dignità e,cosa strana, il senso del bello, infatti chi vive in mancanza di qualcosa, quindi in quanto di più squallido e infimo si possa immaginare, si trova alla costante ricerca di questo qualcosa ossia della bellezza, della rifinitura e dello splendore. Ma il vero splendore è quello che emana il loro cuore, bagliore che talvolta manca a noi, troppo presi da noi stessi per accorgerci che l’altro soffre, che ha bisogno di noi, perché abbiamo tutto e ci sembra di stare bene così, ma non è fuggendo e nascondendosi dalla sofferenza che cresciamo, ma affrontandola e aprendo il nostro cuore alla speranza e a chi ci circonda. La verità di queste suore è che non stanno lì per dare qualcosa, ma per ricevere, e ricevono davvero tanto, poiché dall’assistenzialismo si giunge alla collaborazione e se un primo momento si è accolti, in un secondo si accoglie e si fa capire agli abitanti che si fa qualcosa “per loro e con loro”. Lungo il nostro iter sui percorsi della speranza nella lotta contro la mafia abbiamo incontrato il signor Giovanni Impastato, fratello di Peppino “Rivoluzionario e militante comunista. Assassinato dalla mafia il 9 maggio del 1978” come si legge sulla sua lapide. Giovanni è una persona semplice, che porta addosso il peso di una famiglia che era affiliata con la mafia che gli ha fatto perdere un fratello e un padre. Vive senza sovvenzioni statali e conduce una vita modesta con la moglie lavorando nella sua pizzeria. Abbiamo visitato la casa dove viveva Peppino, e abbiamo respirato l’atmosfera di staticità del suo paesino Cinisi, dove porte e finestre sono sbarrate, nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla. Tranne in casa di Peppino, nella quale la madre Felicia ha lasciato disposizioni di tenere sempre la porta aperta come faceva lei quando era in vita per 27 anni dopo la morte del figlio. Sul muro di casa Impastato si legge la targa di un premio speciale di cui è stata insignita: “Felicia Bartolotta per essere la prima donna costituitasi parte civile nella lotta contro la mafia. Lascia un pesante bagaglio di eredità: il coraggio di ribellarsi, alla morte, all’ingiustizia, davanti ad un muro invisibile e invalicabile: l’indifferenza”. Noi eravamo lì per raccoglierla questa eredità. Andare oltre la paura è il motto di Giovanni e della moglie, più volte minacciati dalla mafia, ma spinti dalla voglia di proseguire sulla loro strada a testa alta. E alla domanda che pongo loro di come si vive sapendo che uno dei killer di Peppino circola ancora liberamente rispondono “Si vive”. Questa risposta raggela il sangue e smuove dentro un qualcosa, una voglia di gridare, ma allo stesso tempo di scoprire di non avere voce per farlo. Giovanni ci ricorda infatti che “La legalità non sono le leggi, ma è il desiderio di essa e la lotta per averla”.

Il viaggio che abbiamo compiuto deve avere smosso i nostri animi, deve averci dato una scossa, un brivido, un senso di fastidio per quello che abbiamo toccato con mano, abbiamo davvero toccato il fondo, ma con le persone buone e povere sul fondo non ci sono i mafiosi, quelli stanno ancora più in basso e non sono degni di nulla, come disse quasi urlando Papa Giovanni Paolo II nella piana di Agrigento puntando il dito indice verso il cielo “Verrà un giorno”,in cui essi saranno giudicati e verrà deciso cosa li aspetterà, sicuramente quello che li aspetta è la perfetta antitesi della Gerusalemme Celeste di cui parla San Giovanni nell’Apocalisse, gettati per sempre nella Babilonia infernale. E come Peppino e Don Puglisi, che abbiamo ritrovato nella sua chiesa e nella fede dei suoi parrocchiani, noi ci dobbiamo ribellare, dobbiamo gridare che la mafia è una montagna di immondizia, dobbiamo combattere perché prevalga la giustizia, quella vera e terrena innanzitutto!Camminare insieme e gridare mai più alla mafie e alle ingiustizie.Fare in modo che le nostre parole non rimangano solo tali, ma diventino “segni” concreti di speranza e di cambiamento.
Grazie a Egle De Bonis